Talvolta fiammeggiava il tempo
e ai rami di un rampicante
muti
diventavano gli angeli.
Per l'umido lillà
nella terra dello specchio
dall'altra parte
nei suoi domini mi portava.
M'incantavano le palpebre
a lambirmi d'azzurro,
la sua mano reclinavano i lillà,
scivolavano fiumi
città edificate si facevano da parte.
Alla sua sfera di cristallo
stavo su un trono,
piccola cosa in realtà
su un mignolo d'illusione.
Per affanno troppi fiammiferi ho spezzato,
che nomi fremessero al fuoco
m'era sembrato.
Per debolezza presi compagni
seguendo passi su acqua dura
da tagliare coi rasoi.
Ho imparato a volare
lì
sulla porta dove il gelsomino
arriva alla mano
e in alto il vuoto non si raggela più.
Se fiammeggia ancora
il tempo traditore,
di corallo sta una serpe
fra i rami del lillà,
bianca e rossa
cambia pelle
bianca e rossa
anche al mio cuore.
In gallerie taciturne di cenere
vecchia pelle t'appenderò
ad artigliar di noia
pergamene indolenzite
di ciò che volli
e più non voglio.
Deserto il giardino dopo sera.
Irrompe il blù oltre i lillà,
di parole nuove
mi fa letto.