Vera Bianchini
Avventura...etrusca

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Titolo Avventura...etrusca
Autore Vera Bianchini
Genere Narrativa      
Pubblicata il 26/04/2009
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Punteggio Lettori 50
Note Un racconto iniziato qualche anno fa. Mi tormentava, ho deciso di finirlo e farlo uscire.

Avventura…etrusca


Appassivano le ore sotto l’ago della meridiana.
Fabio si diresse sotto la torre campanaria e osservò. Le 16 in punto. Attraversò la piazza, evitò le varie donne e gli artigiani del luogo che con grande insistenza lo invitavano a visitare giardini, atri e vecchi mulini per guadagnare poi qualche euro come ricompensa della loro spiegazione. Imboccando un viottolo tra case medioevali splendidamente restaurate, uscì dalla città.
Un asino alloggiava lì in mezzo alla stradina, forse per coreografia turistica. Era veramente simpatico, si lasciava accarezzare sul muso.
Regnava un silenzio irreale.
Sembrava che il paese fosse raccolto ad ascoltare le ultime parole del giorno.
Lo colpì il viottolo che scendeva: il tufo era consumato dai secoli, diventato liscio a forza di passi su passi. E lì dove ora posava il suo piede per scendere, quanti piedini di donna rivestiti di calzari potevano essere passati? Una marea, una fiumana attraverso i secoli. Uomini e donne. Ma lui vedeva solo donne, il suo era un esercito di donne che scendevano e salivano su quella stradina.

Gli era venuta la mania dei luoghi etruschi. Appena poteva, andava a visitare qualche antica necropoli. Lì a Civita di Bagnoregio non esisteva una vera e propria necropoli, o meglio, le tombe si vedevano sparse qua e là come enormi buchi nei fianchi del tufo adagiato sull’argilla. Calanchi tutt’intorno come ferite, canaloni, valloni rivestiti di ginestre e di cespugli tipici della macchia mediterranea.
E nello zoccolo di tufo, sotto la città, una fitta rete di gallerie e pozzi. Una città sotterranea costruita quando l’uomo invece di fabbricare con sassi o mattoni e legare con la malta, scavava nella roccia.
Entrò dentro una di queste gallerie. Ad un certo punto, sopra il suo capo, un pozzo s’innalzava altissimo e, lungo le pareti, delle tacche scavate , alternate fino alla cima, stavano ad indicare che gli uomini vi erano saliti e scesi come ragni.
Non si vedeva il cielo. Il pozzo sfociava senz’altro in una delle innumerevoli stanze o vie sotterranee.
Misteri degli antichi. Visitando questi luoghi era come scoprire una parte sconosciuta di sé, una parte insospettata. In passato non era mai stato particolarmente attratto dai luoghi archeologici, si era limitato alle superficiali informazioni scolastiche, invece ora sentiva una smania di conoscenza. Non aveva mai provato prima di allora il gusto di inerpicarsi lungo viottoli campestri costeggianti i fossati, per scoprire città intere di tombe .

- Basta con gli Etruschiiiiiiiii – gridò ad un certo punto,
- Bastaaaaaaa –
- Voglio tornare a casa a mangiare una pizza con Marika! Dov’è il telefonino?
Non funziona…perché non funziona? Si è scaricato, ma come è possibile…
Marikaaaaaaaaaaaaaaa aspettamiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!! –

E corse all’impazzata, risalì nella città, attraversò il corso e uscì dalla porta principale, da quell’enorme bocca spalancata, la bocca dell’inferno, che sembrava volesse dire:
- Adesso ti mangio, adesso ti mangio!-
Discese lungo il ponte che attraversava il vallone e risalì verso Bagnoregio dove aveva parcheggiato la macchina.
Finalmente in macchina, finalmente in macchina! Accese il motore.
La macchina non partì.

Perché era calata la notte all’improvviso? Erano solo le 18.
Fabio provava e riprovava ad accendere il motore. Fuori non c’era nessuno, solo quella strana notte, una nebbia nera, dove non si distinguevano più neanche le sagome delle case. Qualcosa dentro di lui iniziava a crescere, come un groviglio che minacciava di soffocarlo. Era paura di non sapere come controllare la situazione. Aveva freddo e sudava. Uscì fuori ma gli sembrava di camminare con un muro nero schiantato contro il viso.
- Aiuto!-
Nessuno rispondeva. Si accasciò disperato, non sapeva bene dove, forse solo a pochi passi dalla macchina. All’improvviso un bagliore, qualcosa di chiaro nella notte, un fruscio setoso proprio davanti ai suoi occhi ondeggiava in lontananza, era sinuoso come una veste fluttuante.
-Aiuto!- gridò, ma gli uscì solo un filo di voce. La visione si fermò. Fabio si fece coraggio e avanzò verso di essa e questa riprese a camminare. Fabio vedeva davanti a sé un tunnel e giù in fondo questo fluttuare luminoso. Una natica, una coscia, una gamba sola, ricoperte da un velo. Tremante di paura, si sentiva obbligato ad avanzare perché non aveva scelta. Fermarsi significava rimanere avviluppato dalla notte. L’angoscia del noto gli dava abbastanza coraggio.

Si trovò all’improvviso in una stanza, la sua guida era scomparsa. Era buio, ma a poco a poco gli occhi si abituarono all’oscurità e distinsero dei parallelepipedi di tufo lungo le pareti. Poi ci fu un bagliore e su uno di quei parallelepipedi apparve una donna addormentata. Un corpo bellissimo ricoperto di una veste leggera, i capelli raccolti, intrecciati da filigrane d’oro e un diadema. Braccialetti, collane, ornamenti alla caviglia.Si sentì mancare e svenne.

Fabio si guardava intorno.Un bosco fittissimo che quasi non lasciava passare la luce del giorno e lì accanto un fiume scorreva con bagliori metallici, in silenzio.
- Marika, vestita così sei bellissima, ma andiamo ad una festa in costume? Dove siamo? Io non ricordo niente!
Marika lo guardava sorridendo e gli offriva degli strani panini. Fabio ne prese uno e provò ad addentarlo. Dall’acqua salivano ora dei vapori che avvolgevano tutto. Marika scomparve in una spirale di nebbia e poi gli riapparve improvvisamente, le labbra dischiuse in uno strano sorriso. Gli occhi suoi verdi (verdi? Non erano mai stati verdi gli occhi di Marika) stavano diventando un profondo lago in cui si perdeva.
- Marika, che cosa sta succedendo, dove siamo? Marika, dove sei?...Ma chi sei?-

Si sentiva inghiottire in un gorgo. Ecco l’acqua gli penetrava nelle orecchie, nel naso
e lui annaspava freneticamente come a voler risalire alla superficie, ma qualcosa lo tratteneva: alghe che diventavano mani e occhi, occhi, occhi, verdi, un occhio gigante lo inghiottiva. All’improvviso una dolcezza infinita lo invase: lei era lì, bellissima e sorridente che lo guardava, ma non era Marika. La donna gli parlava ma lui non udiva parole, vedeva solo muovere le labbra mentre i capelli splendevano più dei gioielli.
Allungò la mano verso di lei, ma lei alzò la sua come a volerlo fermare, poi scomparve.

Fabio riaprì gli occhi. Si trovava all’aperto. I calanchi di fronte fendevano il terreno tra le ginestre. Un uomo con un fascio di carte sotto il braccio stava avanzando verso di lui. Si fermò;
- Qualche problema?
- Non so…ho avuto un malore, credo-
- Ha bisogno di qualcosa? Vuole un po’ d’acqua? Qui fa caldo, un caldo afoso.
E poi è un luogo particolare questo. Le persone sensibili lo sentono.
Permette che mi presenti, Marcello Ferri, archeologo .- aggiunse l’uomo come per rassicurare Fabio che rivelava un certo sgomento.
- Venga con me, le farò vedere una cosa interessante.
Fabio lo seguì senza fare domande, come un automa. Sapeva solo che doveva andare avanti. L’archeologo lo guidò per un viottolo scosceso fino alle grotte, poi si fermò davanti a una porticina di ferro chiusa con un lucchetto. Aprì, entrarono. Nel buio a poco a poco apparvero delle sagome scure di parallelepipedi di tufo addossati alla parete. Sopra c’era solo polvere.
- Quando aprii questa tomba quattro anni fa, mi si presentò agli occhi una scena incredibile: una fanciulla intatta, senz’altro una principessa, ornata di splendidi gioielli. Potei vedere la sua straordinaria bellezza solo per pochi attimi, poi si dissolse in polvere. Da quel giorno non faccio altro che tornare qui, anche se so che non c’è più nulla da vedere.I gioielli sono al museo di Tarquinia, se vuole andare avederli,
insieme ai disegni che raffigurano quella fanciulla…Ma che fa…Si sente male?
La prego, non mi cada qui, al chiuso…ci vuole aria, ci vuole aria…








Opera n°135085 di Spazioautori


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