Solitaria
ANGEL – sogni, immagini e illusioni

Vedi
Titolo ANGEL – sogni, immagini e illusioni
tracciare forme ascoltando musica
Autore Solitaria
Genere Parole in Libertà      
Pubblicata il 29/07/2010
Visite 632
Scritta il 29/07/2010 


 Io sono Angel. Loro mi chiamano Angel.
Loro pensano che io sia un angelo. Sbarcato tra di loro, in un rapido atterraggio. Dal cielo.
S’illudono che io possa compiere prodigi. Che sia sempre solvibile.
Acrobata magico in qualunque circostanza. Equilibrista in ogni situazione.
Loro lo pensano. Lo sognano, quando sognano. Lo immaginano, e s’illudono.
Io avevo un’altra vita, prima. Avevo un altro nome e l’ho dimenticato.
Vivevo nel paradiso. Oggi vivo nell’inferno.
Anche in quell’altra vita, ero visto, come un angelo.
Ma era solo un’illusione.
Ero riverito e ammirato dalla comunità scientifica.
Avevo una figura perfetta, un portamento elegante, nel mio camice bianco.
Ero assicurato a fondamenta di granito. Ogni giorno, per me, era sicuro.
Ogni giorno m’inoltravo in luminosi corridoi, detersi. Su sterili piastrelle, di marmo.
M’incamminavo: fiero e appagato. Incedevo, tra allori, scortato da validi collaboratori.
Negli androni, nell’accompagnarmi, disegnavano intorno a me una morbida movenza.
Sembravano ali. Mi rendevano angelo.
Brillante l'immagine che, gli altri, avevano di me: limpida linea di sacra icona.
Tolto il camice, a sera, rimaneva l’uomo. Pienamente appagato e realizzato.
Abitavo nella zona residenziale. In una dimora spaziosa, bellissima. Un attico vicinissimo alle nuvole.
Vivevo la mia vita di uomo, tra cherubini: mia moglie, i miei due figli.
Avevo la fama, la solidità economica, la bellezza, l’amore, la pace.
Tante e tante altre attese, aspettative, progetti per me, per noi, programmi da realizzare.
Una vita piena mai sazia di vita.
Quella sera al ritorno da una vacanza, ci fermammo a guardare il mare.
Nel silenzio assorbente, rimbalzi di luce e guizzi evane-scenti. Saettavano a pelo d'acqua.
Una pioggia bizzarra- appena accennata - pizzicava note. Le gocce timbravano, in punta di dita, sui fili d'una chitarra. Suonavano un brano.
Sembrava d'essere nella cassa armonica dell’infinito.
Noi ne eravamo il centro. Una sensazione, unica, irripetibile.
Saremmo ritornati lì, per confermarla. Era una certezza.
A pochi chilometri da casa, il paradiso si schiantò.
Un tornante, lo stridio di freni, i fari rotti, il fragore metallico, il buio.
Fu il silenzio.
Andammo in retromarcia oltre il paradiso. Verso il paradiso.
La programmazione fu bruscamente, interrotta.
Tornai da quella retromarcia: solo io.
Tornai, solo, e subito partii. Verso l’inferno.
Io sono Angel. Loro mi chiamano Angel.
Loro pensano che io sia un angelo. Sbarcato tra di loro, in un rapido atterraggio. Dal cielo.
S’illudono che io possa compiere prodigi. Che sia sempre solvibile.
Acrobata magico in qualunque circostanza. Equilibrista in ogni situazione.
Loro lo pensano. Lo sognano, quando sognano. Lo immaginano, e s’illudono.
Al mio arrivo, il villaggio mi ha abbracciato, io ho abbracciato il villaggio.
Non ho più le ali. Ho tolto il camice bianco. Qui non serve.
Piedi, e corse affannose nella polvere, in povere abitazioni. Poco cibo. Dov’è l’acqua?
Assisto chi è malato. Assisto la morte e la certifico. Sono lì dove nasce un nuovo angelo. Non tutti lo sanno ma anche gli angeli vagiscono.
In Africa: strillano la fame. Poi sorridono.
Con i loro sorrisi potrebbero colmare di gioia la terra.
Alleggerirebbero l’animo degli abitanti di qualunque, oscuro, lontano sobborgo.
Occhi negli occhi, regalano per ogni attimo buio oceani di bagliori.
I miei occhi: inverno in germogli di primavera.
I loro occhi: lucida madreperla incastonata in velluto di polvere nera.
Sono arrivato qui scegliendo l’inferno.
Loro hanno scelto me. Mi chiamano Angel e hanno trasformato il mio inferno in paradiso.
Qui ho ristabilito, senza avere più tempo, il mio tempo spezzato.
Sogno, se sogno, e m’illudo in un’immagine: tanti piccoli angeli “ un arcobaleno “ che intonano filastrocche.
Immagino tante bocche diverse con lingue e mani sporche di riso, mangiato dallo stesso piatto.
Immagino una foto da portare con me: in paradiso.
Voglio un’istantanea con le loro ombre. Ombre tutte uguali. Ombre di bambini con la pelle nei toni dell’iride.
Voglio illudermi, e immaginare. Voglio credere di poter scattare una foto alle impronte di angeli partiti in anticipo. I miei angeli, i loro angeli.
Quelli che ora fanno il verso al vento.
Quelli che nella chiusa di questo racconto, seduti su pale di mulini, girano e raccontano. Raccontano, ruotando con la cadenza d’una musica.
Un fotogramma sognante impresso per il futuro: Imagine*.
Raccontano la favola - non ancora a lieto fine - con sogni, immagini di angeli e illusioni.

Angel


* Imagine (John Winston Lennon, Liverpool, 9 ottobre 1940 – New York, 8 dicembre 1980)
 

 

 

Opera n°159859 di Spazioautori


Per partecipare a Liberodiscrivere è necessario avere i cookies attivati!
Per segnalazioni di errore o richieste di aiuto scrivi alla Redazione.
Liberodiscrivere® edizioni - marchio registrato di STUDIO64 s.r.l. unipersonale
Via G.T. Invrea 38 rosso 16129 Genova - Telefono 010 540464 Fax 010 8632411   info@liberodiscrivere.it
N. Registro Imprese Genova e Codice Fiscale e Partita IVA 01142100104 - Capitale Sociale Euro 10.000,00 N. R.E.A. 0255155