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L'AUDACE LAMPO DI GENIO DI HENRI PIRENNE
COSTANTINOPOLI E IL FUOCO GRECO
Al viaggiatore, che giungeva per via mare in vista di Costantinopoli, si rivelavano subito, nel loro splendore, sulla destra, le cupole ed i portici del grandioso palazzo imperiale, con i suoi giardini digradanti verso il mare e, sullo sfondo, la cupola della splendida basilica di S. Sofia, come sospesa fra terra e cielo. Intorno ai piccoli porti, mucchi di case, le une sulle altre… oltre scorgevi un breve fiume e ancora frutteti e campi di grano. In alto la catena dei sette colli, dominata dalla Chiesa dei SS. Apostoli. A sinistra il paesaggio dilagava dolcemente verso il mare. Il litorale era fitto di moli, di magazzini, di banchine; più lontano s’intravedevano case costruite su piloni, nell’acqua. L’entrata al Corno d’Oro, era ostruita da una grande catena tirata da Costantinopoli verso la torre di Galata, in modo che nessuna nave nemica potesse varcarla. Lungo la dorsale centrale, per quasi tre chilometri, correva verso occidente, la via principale della città.
A monte la capitale era circondata da una ininterrotta serie di fortificazioni, disseminate di torri, si trattava della millenaria cinta di mura fatta costruire nel V secolo dall’imperatore Teodosio. La capitale dell’Impero sorgeva sulla sponda europea. Sull’altra riva si profilavano le coste dell'Asia Minore. Nell'Alto Medioevo la capitale dell’impero d’Oriente costituiva l'unico stato civilizzato in Europa ed era un baluardo inaccessibile alle orde barbariche, eretto ai confini col deserto. (Steven Runciman, La caduta di Costantinopoli).
Divenuta capitale dell’Impero, Costantinopoli fu, per molti secoli, città di incomparabile bellezza e potenza, senza possibilità di paragoni, nel bacino del Mediterraneo. Le invasioni barbariche avevano determinato la fine dell’Impero Romano d’Occidente. La nuova capitale venne perciò a sostituire il ruolo dell’antica Roma. Nel corso della sua storia millenaria, l’Impero Romano d’Oriente salvò la civiltà cristiana dalla minaccia islamica e svolse contemporaneamente una profonda opera di civilizzazione e di evangelizzazione. Il passato e il presente dell'Europa orientale, senza Bisanzio, resterebbero inconcepibili. Dal VII secolo all'XI secolo la flotta militare bizantina costituì l'elemento tattico e strategico determinante ai fini del dominio bizantino nell'intero bacino del Mediterraneo. Essa fu riorganizzata nel VII secolo per contenere e annientare l'avanzata araba nel Mediterraneo che puntava alla conquista della capitale, Costantinopoli.
Le operazioni militari contro Costantinopoli, più volte fallite, avevano un obiettivo ben preciso: oggetto del desiderio ardente della Casa dell’Islam era la "Mela rossa". La “mela” aveva una sua precisa collocazione: davanti alla chiesa di Santa Sofia, nello spazio antistante, si ergeva, alta 30 metri, la statua equestre dell’imperatore Giustiniano. Il sovrano nella mano sinistra reggeva il globo, sormontato da una croce. Agli occhi dei musulmani quella statua rappresentava: "La potenza dell'Impero bizantino e il globo, sormontato dalla croce, era il simbolo del suo ruolo di baluardo cristiano contro l'Oriente" (Roger Crowley, 1453. La caduta di Costantinopoli, Bruno Mondadori, Torino 2005).
Purtroppo l’immagine prevalente dell'Impero bizantino fu, per lungo tempo, quella ereditata dall’Illuminismo che, erroneamente, considerò Bisanzio (antico nome di Costantinopoli), un rudere fatiscente, sopravvissuto per una lunga, ininterrotta successione di secoli, alla caduta dell’Occidente, e ne accentuò, secondo uno schema tipicamente occidentale, alcuni tratti negativi, tra cui le controversie sottili quanto inutili; la raffinatezza estenuata dei costumi e la sostanziale immobilità della storia: un’immagine questa ormai superata dalla moderna storiografia. Lo Stato bizantino fu invece la potenza politica culturale più importante nell’area storica del Mediterraneo, connotata da un’amministrazione efficiente e da un esercito militarmente forte.
Dal VII all'XI secolo Costantinopoli svolse un ruolo di primo piano, quale potenza egemone, in contrasto con l’espansione islamica, e per molti secoli, la sua immagine, splendente come il sole, suscitò una grande attrazione, nei paesi situati oltre le frontiere. Nel 718 fu respinto, per merito di un rude soldato, Leone III l’Isaurico, il più grande assalto della jihad islamica contro la capitale d’Oriente. La flotta romano-orientale bruciò completamente le navi arabe e i loro equipaggi: "Costantinopoli costituiva l'ultimo argine che si opponeva al mondo barbarico. Il fatto che questo argine abbia tenuto significò la salvezza non solo dell'Impero d'Oriente, ma di tutta la civiltà europea". La vittoria si rivelò decisiva nel bloccare l'avanzata degli arabi verso l’Europa Orientale. Roger Crowley scrive: “L’impero bizantino aveva tremato, ma non era crollato sotto l’assalto dell’Islam, grazie ad un insieme di stratagemmi e abile diplomazia e innovazioni tecnologiche, tra cui il fuoco greco1, prodotto probabilmente con il greggio ricavato dai pozzi di petrolio della Crimea: una miscela micidiale che costituiva un’arma nucleare anzitempo”.
La parola fuoco greco ( γρ ν π ρ - ygrón pyr) era un'espressione con cui veniva indicata una miscela incendiaria (oggi si ritiene fosse una mescolanza di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva), usata dagli abitanti di Bisanzio per dar fuoco al naviglio avversario o a tutto quello che poteva essere aggredito dal fuoco. Il termine era usato soprattutto dai popoli stranieri, poiché i bizantini, che si facevano chiamare romei cioè romani, lo chiamavano invece fuoco romano, fuoco artificiale o fuoco liquido. La formula chimica era nota soltanto all'imperatore e a pochi artigiani specializzati ed era custodita molto severamente. La legge infatti puniva con la morte chiunque avesse rivelato ai nemici questo segreto. L'invenzione della miscela, attribuita a un greco originario della città di Eliopolis di nome Callinico, era contenuta in un grande otre di pelle o di terracotta collegato ad un tubo di rame, montato sui dromoni bizantini.
La miscela veniva spruzzata con la semplice pressione del piede sulle imbarcazioni nemiche oppure stipata dentro vasi di terracotta che venivano lanciati sul naviglio nemico tramite le petriere, somiglianti ai nostri mortai di artiglieria. La caratteristica che rendeva temuti queste primitive “armi nucleari” era dovuta alla reazione della calce viva a contatto con il fuoco che non poteva essere spento con acqua, che ne avrebbe ravvivato la forza, e di conseguenza le navi, realizzate in quel periodo in legno, con velatura e drizze in fibre vegetali, anch'esse intrise di pece, erano destinate a sicura distruzione (da Wikipedia, l'enciclopedia libera).
L'uso del fuoco greco aveva fatto fallire anche il secondo attacco contro la capitale d'Oriente, ordito con molta cura e caparbietà dai musulmani intorno all'anno 718. L’impero d’Oriente aveva tremato, ma non era crollato sotto l’assalto dell’Islam: “Dio e la santissima Vergine Maria proteggevano la città e l’impero cristiano”. Per alcuni secoli nessun vessillo islamico sarebbe comparso di fronte alle mura della Città. Era tuttavia una situazione destinata a ripetersi all’infinito” (Roger Crowley, 1453. La caduta di Costantinopoli, Bruno Mondadori, Torino 2005, pp. 10-19) .
1Oltre i limiti - Memoria del Territorio -Raimondo Masu (16/03/2010 13.46.55) fonte la rete www. Liberodiscrivere.it Opera n°159434 In oltre i limiti, Raimondo Masu contesta quanto scritto a proposito del fuoco greco nel citato saggio storico, peraltro ben documentato e degno di interesse di Roger Crowley, 1453. La caduta di Costantinopoli, osservando giustamente quanto segue: “il fuoco greco, prodotto probabilmente con il greggio ricavato dai pozzi di petrolio della Crimea: una miscela micidiale che costituiva un’arma nucleare anzitempo”.--------------- “In realtà, non esistevano ancora i pozzi di greggio come li intendiamo noi, ma affioranti giacimenti di nafta. E' proprio quella nafta, miscelata con pece, per aumentarne la viscosità per farla aderire al fasciame delle navi o delle mura in legno, zolfo per l’innesco, e forse, salnitro e calce viva é chiamata "fuoco greco". Spruzzato con l’ausilio di un mantice, nebulizzato cioè arricchito di ossigeno e infine infiammato con una torcia posta all’estremità del tubo, costituisce un'arma temibile e incontrastabile. Capisco la sorpresa per questo lanciafiamme in anticipo coi tempi, e la foga del racconto, ma parlare di arma nucleare mi sembra eccessivo, visto che la produzione di energia nucleare è data dalla trasformazione nei nuclei atomici per effetto di reazioni di fissione o fusione nucleare e non dalla combustione di elementi esistenti”.
(CONTINUA)
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
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Opera n°160527 di Spazioautori