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ATTO PRIMO. SCENA QUINTA.
(La mattina seguente, Ilaria Rossetti è andata a trovare presto Giorgio, dopo avergli telefonato. Si trovano a sedere al tavolo, nell'appartamento di lui).
ILARIA: Sono passata poco fa davanti al tuo palazzo per andare a lavorare. Ho visto il portiere e gli ho detto di salutarti. Lui, che mi conosce, mi ha riferito delle statuette che hai ritrovato ieri mattina. Perché non mi hai detto niente? Ti ho chiamato subito al cellulare per sentire se c'eri o eri già andato al call center e sono salita per vedere in che stato di morale ti trovassi. Dimmi tutto.
GIORGIO: Ti ringrazio per il pensiero. Credo che dieci minuti li abbiamo ancora entrambi, prima di andare al lavoro. Tanto per cominciare, stanotte non è successo niente. L'ignoto visitatore di ieri notte mi ha lasciato la statuetta del gufo in possesso, si vede che non ha voluto riprendersela. In pratica, la sera prima avevo la statuetta di Anubi al suo posto e non avevo quella del gufo, che stai vedendo ora. (Ilaria si gira un secondo verso il mobile e le guarda). La mattina dopo, il gufo era sul mobile, accanto al computer, dove si trova ora, e Anubi era sul pavimento lì davanti. Interpretando tutto, come puoi capire, sembrerebbe una minaccia di morte.
ILARIA: Segni di effrazione sulla porta non ce n'erano, vero? Non ne ho visti entrando.
GIORGIO: No. E nemmeno alle due finestre, che hanno la maniglia all'interno ed erano chiuse. In sostanza, chiunque sia stato, o si è arrampicato lungo il tubo della grondaia, passando nel terrazzo del vicino e poi nel mio, o è entrato dalla porta con un duplicato della chiave. Ma il portiere dice che non ha sentito rumori di apertura di portone e porta, né stavolta né la volta precedente. E ritiene anche che è troppo rischioso arrampicarsi su per il vecchio tubo della grondaia per quattro piani. Comunque sia, non hanno rubato niente né danneggiato alcunché.
ILARIA: Della prima visita notturna mi avevi già raccontato qualcosa. Ma non hai idea di chi sia stato? Io non voglio accusare nessuno, ma mi ha colpito un fatto che vorrei tu tenessi presente. Sei stato tu a dirmi che la tua vicina, Rebecca Terlizzi, ha spostato sotto i tuoi occhi la statuetta della regina Nefertiti dal mobile a questo tavolo. Io ho saputo una cosa non molto edificante su di lei. Pare che alla scuola materna dove lavorava, prima di trasferirsi da noi, abbia percosso un bambino per punirlo: la cosa è stata messa a tacere e le è stato imposto un trasferimento, dopo che stava per essere denunciata dai genitori del piccolo.
GIORGIO: Mi pare strano che Rebecca possa minacciarmi, viene sempre a fare le pulizie da me. In ogni modo io ho chiuso a chiave la porta a vetri del terrazzo e stanotte non è successo niente. Se non ci saranno altre visite minacciose nelle prossime due notti vorrà dire che era uno scherzo macabro. All'ora di pranzo attendo mio cugino Andrea, gli ho telefonato per chiedergli di passare. Voglio che mi confermi che anche lui non c'entra con ciò che è accaduto.
ILARIA: Sei riuscito a dormire stanotte? Perché non prendi qualche altra precauzione?
GIORGIO: Ho impiegato un'ora per addormentarmi, ma chissà perché ero sicuro che non sarebbe successo nulla. La porta l'avevo chiusa con due mandate, in modo che per aprirla con la chiave facesse più rumore.
ILARIA: Hai il sonno profondo o leggero? Ti saresti svegliato in tempo?
GIORGIO: Ti confesso che, quando ho preso sonno non sento neanche i fulmini se sta piovendo, a meno che non siano vicini e scuotano il palazzo. Ma può darsi che tutto sia già finito. Devo convincere di questo la moglie del portiere, che ieri sera mi ha candidamente accusato di aver provocato il suicidio di Claudia, tre anni fa, della qual cosa lei è convinta. Dice anche che io e Andrea provochiamo troppi problemi in questo palazzo.
ILARIA: Non permettere che quella donna ti dica tali assurdità. E' stato appurato che la morte di Claudia fu un incidente. Ne parlammo a lungo allora, quando cercai di consolarti. Mi raccontasti che lei aveva avuto solo un lieve bisticcio con te la sera prima, quando la riaccompagnasti al suo condominio, probabilmente udito dalla finestra da qualche condomino. Ma la mattina seguente mi dicesti, quando passai da te, che le avevi telefonato e, per fare la pace, le avevi promesso di farle avere alla prima occasione una copia firmata del tuo primo libro, da poco uscito allora. Io mi offrii di portargliela a fine mattina, perché dovevo fare una commissione in questa zona per l'avvocato, e gliela consegnai. Mi ricordo ancora che mi dicesti che Claudia era già molto tranquilla, quando le telefonasti la mattina per fare pace.
GIORGIO: Ma certo! Era stata una banalissima discussione, la sera prima, un malinteso di quelli che nel giro di mezz'ora non significano più niente.
ILARIA: Io ti assicurai che quando entrai nel suo appartamento, dopo averle suonato il campanello, e le detti la copia del tuo libro, lei era molto felice. Lo guardò subito e sorrise per la tua dedica. Mi aveva già detto in un'altra occasione che la signora Savoldi, quella sua condomina al piano di sotto, era molto interessata al tuo libro e non aveva altri pettegolezzi di cui occuparsi in quel periodo estivo, perché durante il giorno gli altri condomini erano quasi tutti al lavoro o al mare. Allora le dissi che potevo mandarle la signora su mentre uscivo, così avrebbe potuto esibirle la copia con dedica tua, e lei rise, accettando. La salutai, scesi le scale e suonai alla condomina. Le spiegai la cosa e lei salì subito da Claudia, la sentii entrare dalla tua amica mentre scendevo le scale per uscire.
GIORGIO (intristito al ricordo): Sì, ho ancora nella mente i particolari. Il giornale diceva che la Savoldi parlò pochi minuti con Claudia, facendosi mostrare la copia del mio libro. Intanto, testimoniò che aveva sentito il rumore della porta d'ingresso del condominio aprirsi e chiudersi, quando uscisti tu. Poi la condomina tornò nel suo appartamento, dove l'attendeva il marito di lei, in ferie. Sarebbero dovuti andare in vacanza il giorno dopo. In casa sua, la Savoldi sentì il rumore della porta d'ingresso del condominio aprirsi e chiudersi altre tre volte. La prima pochi minuti dopo che era rientrata dal marito, seguita da una seconda apertura e chiusura quasi subito. Dopo altri minuti, i coniugi sentirono l'urlo della povera Claudia mentre cadeva dalla finestra e guardarono nel cortile in basso, accorgendosi della sua morte. Furono presi dall'orrore, indecisi se chiamare polizia o ambulanza. Stettero qualche secondo a discutere, poi udirono la porta del condominio aprirsi e chiudersi per la terza volta. Dissero che dopo la prima apertura dell'ingresso avevano sentito un campanello suonare.
ILARIA: La polizia ipotizzò che un condomino al piano sopra quello di Claudia fosse rientrato prima di quanto aveva dichiarato, perché non se lo ricordava bene, tornando dalla sua vecchia madre, che era l'unica altra persona presente nell'edificio all'ora della morte. Quell'uomo di solito non tornava a quell'ora. Gli inquirenti si spiegarono così i rumori della porta e del campanello sentiti dalla Savoldi, perché quel condomino rientrò, poi tornò subito fuori per parcheggiare meglio l'auto e quindi andò su da sua madre. Aveva suonato una volta per avvertirla che era tornato. L'incongruenza con la Savoldi fu che il condomino, Livi, disse che l'ambulanza arrivò a sirene spiegate subito dopo di lui e si sentiva già da lontano. La Savoldi parlò del rumore della sirena alcuni minuti dopo il suono del campanello e i rumori alla porta d'ingresso.
GIORGIO: Questo può essere spiegato con l'agitazione che ebbero in corpo la condomina e il marito, che restarono a guardare Claudia morta dalla finestra sul cortile e poi lui consolò lo scoppio di lacrime della moglie. Livi non poté essere accusato di niente, perché non conosceva Claudia e perché la Scientifica, sul pavimento dell'appartamento della mia amica, trovò solo le impronte di Claudia, le tue, quelle della Savoldi e quelle maschili, che corrispondevano alla forma di mio cugino, andato a visitarla quella mattina alle nove, non al piede di Livi, più piccolo. Mi è rimasta impressa l'ora dell'incidente, le dodici, perché in quel momento ero dall'editore fuori città ma stavo parlandogli di Claudia.
ILARIA: Su, cerca di non pensarci più. Purtroppo è andata così. Dai, dobbiamo filare... a lavorare.
GIORGIO (mentre si alzano dalle sedie entrambi): Sì, andiamo, e cerchiamo di vivere.
(Escono dall'appartamento a destra. Poco dopo Giorgio vi rientra, in compagnia del cugino Andrea).
ANDREA (mentre dialogano si fermano davanti alla spalliera del divano, rimanendo in piedi): Bell'incontro che abbiamo fatto sulle scale, la moglie del portiere. Così ho potuto dirle subito che i due signori Paoletti sono onesti, sani di mente e che non inducono le ragazze al suicidio.
GIORGIO: Grazie di essere venuto presto, all'inizio della pausa per il pranzo. Ci siamo già tolti il pensiero riguardante la signora Costa, ti mando via alla svelta, così puoi pranzare nel bar, dove hai adocchiato quella parrucchiera che ci va a mangiare. Riepilogando, tu l'altra notte non sei passato da queste parti, perciò non puoi nemmeno dirmi se hai visto qualcuno sulle scale o sul terrazzo. Stanotte non è successo niente, ti ho raccontato le precauzioni che ho preso.
ANDREA: Bello quel gufo sul mobile, un po' tetro però.
GIORGIO: Che cosa dovrei fare secondo te, per quelle visite notturne?
ANDREA: Continuare a chiudere la porta sul terrazzo e a doppia mandata quella d'entrata sulle scale. Aspettare due giorni: se non ti avranno ucciso, vuol dire che era uno scherzo.
GIORGIO: A parte le tue osservazioni di cattivo gusto, non potresti qualche volta passare sotto il palazzo, nel cuore delle tue notti attive e movimentate, per vedere se tutto è a posto?
ANDREA (con un lieve sorriso ironico): Certo, se capito da queste parti. Ma forse per un po' non entrerò nel palazzo, magari guardo solo dall'esterno. Sai, se mi capita di incrociare la signora Costa sulle scale, alle quattro di notte, potrei spaventarmi, chissà cosa mi farebbe.
GIORGIO: Visto che sei in vena di aiutarmi, che ne diresti di chiedermi scusa, per aver cercato di fare la corte a Claudia tre anni fa, proprio la mattina in cui morì?
ANDREA: Andiamo cugino, ti ho raccontato l'episodio l'anno scorso perché ero convinto che tu avessi superato lo shock della morte di lei, che tu capissi che era stato solo un gioco da parte mia, come faccio spesso con le donne, e che non c'era stato niente. Andai a conoscerla ufficialmente perché sapevo da te che avevi intenzioni serie con lei, sarebbe potuta diventare mia parente. Per battuta le ho fatto dei complimenti, nel suo appartamento, lei ha forse temuto qualcosa e mi ha chiesto di lasciarla sola, perché aveva da studiare. Alla libreria a lavorare ci sarebbe andata nel pomeriggio, era a part-time con un contratto di tre mesi.
GIORGIO: Mi ricordo tutto, mi dicesti che eri andato via da là verso le nove e dieci, entrando a lavorare dal meccanico un po' in ritardo con il suo permesso, e ti trovavi sul lavoro quando Claudia morì. Non volevo farti la predica, sono solo innervosito per tutto quello che mi sta capitando in questi giorni, e per la mia vita in generale. Mi è successo di ripensare a come si è svolta e mi ha un po' buttato giù di morale.
ANDREA: Ti lamenti di me, ma a quel tempo pensavo che tu dovessi guardarti dalla concorrenza di qualcun altro: una volta in un bar, tre anni fa, vidi Claudia ridere e scherzare con il tuo attuale vicino di appartamento, Alessandro Grossi. Poi venni a sapere che non era un suo amico, il barista mi disse che l'aveva incontrata lì per la prima volta, glielo aveva detto Claudia: avevano riso di un episodio buffo che avevano visto accadere in strada, attraverso i vetri, e avevano chiacchierato un po'.
GIORGIO: Sì, il vicino mi aveva detto che l'aveva conosciuta, lui verrà stasera per parlare della riunione di condominio. Se a quella riunione si lamenteranno di te, cercherò di difenderti. Ma intanto, tu datti da fare con la parrucchiera, così dormirai da lei.
ANDREA: Vado. Ci sentiamo. Ciao.
GIORGIO: Ciao. (Andrea esce di scena, il sipario si chiude).
FINE PRIMO ATTO.
- Continua nel prossimo inserimento.
Opera n°160703 di Spazioautori