zoe1411
Novembre 1965 ( 14 ) l´incubo

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Titolo Novembre 1965 ( 14 ) l´incubo
Autore zoe1411
Genere Narrativa - Biografia      
Pubblicata il 10/05/2012
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 Novembre 1965  ( 14 )  L’incubo 

 

 

Dopo l’atto “ eroico ” di buttare gli psicofarmaci nella spazzatura, Arianna non sapeva come gestire la sua difficile vita. Le sembrava di essere una nave sorpresa da una nebbia impenetrabile  proprio quando  pensava di aver avvistato  un porto sicuro. Aveva perso tutti i riferimenti che gli psichiatri erano stati, inizialmente,  per lei; si sentiva veramente allo sbando.  Nuovi sintomi si aggiunsero a quelli già esistenti. Quei malesseri fisici che  preoccupavano  in un certo modo la mamma, preoccupavano in modo diverso  Arianna, che ormai sapeva da cosa erano provocati. Quelle somatizzazioni, come aveva imparato a chiamarle, distraevano un pò la sua mente ed erano capiti  da tutti. Così  la ragazza li usava per nascondere, dietro  disturbi fisici socialmente accettati, quel suo mal di vivere, che non era compreso, invece, da nessuno.

Salire sulla bilancia stava diventando per Arianna un’ossessione, pesava sempre un pò di meno e per questo piangeva in silenzio. Quello era, per lei, il segno della sua decadenza fisica oltre che mentale.  Perchè non riusciva ad ingoiare come tutti? perchè la sua gola si chiudeva di fronte al cibo ? Saliva sulla bilancia con terrore, ma non poteva restarne lontana.  Sapeva che per lei era  impossibile risalire da quella china, perchè il danno al suo corpo aveva origine  nella  sua anima devastata, che nessuno sapeva curare.  Ma come spiegare questo alla mamma che era arrivata a sciogliere nel brodo che lei beveva  alimenti vitaminici con cui si nutrivano i neonati?

Arianna provava anche un penoso sentimento di vergogna, perchè pensava che forse le altre persone, in qualche modo, potessero  accorgersi dell’inferno che portava dentro e si stupiva che  le parlassero, le sorridessero, senza rendersi conto della sua estraneità rispetto ai loro discorsi e ai loro interessi. Il suo dolore invisibile  agli altri era, per lei, una gabbia di piombo, eppure, nonostante la fatica, continuava a muoversi e a camminare, ma  solo il suo respirare stava lì a dirle che era viva.  Neppure gli psichiatri, sua ultima speranza, avevano potuto aiutarla. La  sua devastante malattia era indescrivibile, toglieva le parole o le rendeva assurde a chi le ascoltava.

Arianna era persa in un mare burrascoso e ignoto, non sapeva  in quale direzione nuotare, ( cosa che non sapeva nemmeno fare concretamente ) Cosa sapeva fare lei? Nulla. Solo soffrire,  fingendo di essere felice; solo essere diversa, fingendo di essere uguale.

Non era poco, ma allora non lo sapeva ancora.

La sua  esausta mente era continuamente impegnata a cercare un senso, almeno alla sua vita biologica, così preziosa per i suoi familiari, ma soprattutto era impegnata a trovare il bandolo della matassa che la divideva dal mondo e dalle persone. Arianna era stata definita, da chi se ne “intendeva” un soggetto border line, e lei non aveva mai chiesto il significato preciso del termine, per paura di quello che intuiva.

 La situazione, già ad alto rischio, ora stava peggiorando e lei, che voleva capire, si trovava, un’altra volta, a doverlo fare da sola.

 Doveva fare, assolutamente, in modo che la ragazza che non voleva morire, avesse la meglio sulla ragazza che non poteva vivere, cosa che richiedeva una forza che  Arianna sapeva di non avere.

L’impossibilità di condividere la disperazione, la distruggeva. Il baratro era lì e lei ne era cosciente, ma questo non le permetteva di allontanarsene, anche se le permetteva di valutarlo, nonostante fosse dolorosissimo.

Sentiva di barcollare fra due mondi: uno fatto di persone ed oggetti familiari con i quali avrebbe potuto relazionarsi se fosse stata interessata a farlo, e un altro, fisicamente identico al primo, ma anaerobico, fisso, di plastica, dove  tutto ciò che  si muoveva era meccanico, irreale e freddo; In quel mondo assurdo non esisteva l’aria, non spirava alcun vento ed Arianna lo guardava da fuori senza esserne partecipe, cercando disperatamente di aggrapparsi, con gli occhi, a qualcosa di umano, ma il suo sguardo scivolava nel vuoto, perchè lì tutto era piatto e inanimato; anche il suo terrore aveva perso la connotazione umana perchè apparteneva solo a lei  che, forse, era pazza.

 “ Un pazzo è un essere umano? ” Si chiedeva  guardandosi le mani e cercando di sfregarle l’una sull’altra per riconoscerle come sue, appartenenti al suo corpo. Non ci riusciva, intenta com’era a trattenere la vita che sentiva sfuggire.  Non poteva parlare perchè il suo cervello non le ubbidiva, risucchiato da quel mondo senza vita e spesso il suo corpo si afflosciava, senza perdere coscienza.

Più di una volta si era trovata in un pronto soccorso, muta, tremante e, secondo lei, a un passo dalla morte.  Vedeva intorno a lei persone-robot che cercavano di tranquillizzarla, e che si attivavano per eseguirle, forse, un elettrocardiogramma, ma lei sentiva le loro voci lontane, metalliche provenienti da quel mondo che la terrorizzava.

“ Tutto a posto.” Dicevano  mentre le staccavano velocemente gli elettrodi, ma la sua mente era sempre lontana, gli occhi fissi su qualche oggetto preciso per aggrapparsi ad esso e non lasciare la vita.

 Le Infermiere le porgevano un bicchiere con dell’acqua che aveva un sapore dolciastro,  tornavano a dirle di stare tranquilla che in qualche minuto  tutto sarebbe passato e infatti così era ogni volta. Il mondo piano piano si animava, Arianna ritrovava il suo corpo, il suo calore e le cose intorno; vedeva il sorriso sempre gentile dei paramedici e sentiva le loro parole piene di comprensione. A quel punto lei scoppiava a piangere e si scusava per aver fatto perdere loro del tempo per un qualcosa di assurdo, ma terribile  che le capitava, e che non sapeva spiegare.

“Non si preoccupi, signorina, noi siamo qui per aiutare, è stata solo una crisi di panico”

Arianna scendeva dalla barella, pensando: “Solo?! ”hanno detto “solo?!! “ e cosa di peggio può succedere ad una persona? ”

 Sapeva che, per un’etica professionale, non avrebbe ottenuto spiegazioni, ma chiedeva: “Cosa mi avete dato da bere?”  

.”Niente di particolare, solo delle gocce tranquillanti.”

 Di nuovo “solo” quello che per lei era la vita loro lo definivano “solo”


Opera n°161414 di Spazioautori


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