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Dal presagio che è il tuo nome
volevo succhiar l'assenzio,
per invocare,
spergiurare,
la ragione inetta,
e tramortire,
avvizzire,
l'ombra - l'altra -, e le spine,
che mie le spine non sono,
non è mio il ginepraio.
Non ho trovato invece quiete,
e ho messo in disordine il tuo nome,
in dedica qualcosa di blu,
e poche righe di congedo
oneste come ciò non t'ho mai scritto prima.
In fondo,
appunto di gesso corsivo,
quello che stride l'ardesia,
e se calco s'avvera:
sfatare Gala,
amarla solamente.
Poi china sulla terra,
lavare i capelli
in un torrente d'acqua gelida che fugge a valle,
da qualche parte,
non vedo.
Scuotere il capo nella corrente
e lasciarvi scivolare i pensieri,
e poi,
poi,
d i -
v e -
n i -
r e.
Opera n°161421 di Spazioautori