Irene Liconte
Incontri ravvicinati...di ogni tipo

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Titolo Incontri ravvicinati...di ogni tipo
Apologhi semiseri del Signor X
Autore Irene Liconte
Genere Narrativa - Umorismo      
Dedicato a
Mariarosa
Pubblicata il 07/01/2001
Visite 7865
Punteggio Lettori 127
Editore LIBERODISCRIVERE
Collana
ISBN 88-7388-003-7
Pagine 100
Note Brani tratti dal romanzo ’’Incontri ravvicinati...di ogni tipo’’.

Prezzo Libro
9,00 € PayPal

INTRODUZIONE

Il cielo fiammeggia di dardi che si precipitano sulla navetta: il cuore pulsante di una tempesta di comete giganti! Spettacolo affascinante; ed insieme agghiacciante –e non solo per la composizione di ghiaccio e relative polveri di queste vagabonde galattiche- Lo sa bene il capitano Christopher Mac Gellan che, la vista impedita da scie di cometa, ausculta impenetrabile il silenzio del cosmo, rigato da traiettorie di fuoco mirate alla Terra; che le abbacinanti stelle filanti siano cavalcate da misteriosi invasori, provenienti da chissà quale remota galassia? Sì; e il capitano sa che la situazione è disperata: celati tra quei massi incandescenti saettano contro di loro i Kaymans, terribili devastatori spaziali provenienti da *-Centauri... nel silenzio del cosmo risuona un’eco paralizzante, come se le mandibole dell’universo volessero stritolare la fragile, temeraria esploratrice del cosmo. All’improvviso, un’impennata del pannello di controllo ed una colata di detriti spaziali si rovescia sull’astronave e sulle comete e sui dischi volanti piatti ellissoidali dei Kaymans pronti all’attacco, in una compatta nebbia interstellare.
Almeno, così parve al signor X, che vide sparire lo schermo del cinema dietro la traditrice deflagrazione di popcorn dal cartoccio. Sentiva su di sé la costernata riprovazione di tutti gli spettatori; e come no, visto che già aveva fatto tuonare nella sala i “crunch” mandibolari scatenati dai popcorn tra i denti, prima di diffondere il pregiato prodotto su poltrone e gradinate della sala. Sì, pregiato, perché, contrariamente a quanto comunemente si pensi, basta entrare in un cinema, magari con l’attrattiva del multisala effetto 3D etc, per scoprire che il mais costa quasi quanto l'argento!
Il signor X era mortificatissimo: dove erano finite le folle straripanti che rumoreggiavano nei cinema ai suoi tempi? Ora c'erano quattro gatti disorientati ed i vantaggi dell'anonimato erano tramontati per sempre.

Incontri ravvicinati del terzo tipo. Come minimo. Per i più fortunati, si intende. Il felice mortale predestinato che incontra E.T. (o lo sfigato inseguito dai visitors, un incontro del terzo tipo preferibilmente ''toccata e fuga''). Secondo, primo tipo: incontri troppo alla lontana, chi se ne accontenta più? E le garanzie, poi? Come si fa ad essere sicuri che la ''luce accecante scaturita in mezzo al bosco e lentamente innalzatasi fino al cielo'' fosse proprio un U.F.O. e non, magari, il riverbero di un lontano incendio o le luci di segnalazione di un aereo che volava basso? Prove, ed inoppugnabili, ci vogliono in un'epoca positivistica come la nostra, in cui solo le condanne a morte, ormai, si promulgano senza la schiacciante certificazione della prova. Tanto chiari e definiti, questi “incontri”. Ma la grettezza numerica dell'incosciente regista che ha stabilito la ferrea “classificazione dell’imbattersi” crea non pochi problemi per definire gli altri, di incontri. Per esempio: un incontro del terzo tipo, ma cautamente mediato dalla TV per smorzare le tendenze aggressive che, spesso, gli extraterrestri manifestano nei confronti del nostro cordiale ed indifeso pianeta, lo potremmo definire un incontro del terzo tipo all'acqua di rose? E per incontri meno impegnativi, che esulino dall'ambito alieno propriamente detto, che si fa? Certo, l'algebra ci corre in soccorso: data la probabilità statistica di accadimento leggermente maggiore ed un tantino meno eclatante di incappare, per esempio, in un essere umano, si potrebbe ricorrere ai numeri negativi. Senonché si potrebbe allora –erroneamente- cogliere una connotazione etica e non puramente matematica in tale designazione, sviando alcuni lettori distratti. Si potrebbe ancora, avviliti ma non arrendevoli, decidere di codificare i nodi che intrecciano, casualmente e temporaneamente le vite di più creature ”più alla mano” (nodi senza nome che, ammettiamol, cominciano a creare uno spiacevole imbarazzo), in un intervallo numerico compreso tra 0 e 1; ciò ci sembrerebbe però ingiustamente riduttivo rispetto all’imbattersi, certamente più sensazionale ma non necessariamente più stimolante, in esseri verdi dotati di tre occhi da lumaca, cinque tentacoli e un cervellone enorme, pulsante in trasparenza. Allora abbandoniamo decisamente l'algebra e lasciamo al lettore il compito di districarsi nella matassa di ''incontri'' , bislacchi o meno, in cui incorrerà.

CAPITOLO 1. PRIMO INCONTRO

He’s a real nowhere man
Sitting in his nowhere land
Making all his nowhere plans for nobody [..] Nowhere man, the world is at your command [..]
Nowhere man, don’t worry,
Take your time, don’t hurry, leave it all
Till somebody else lends you a hand.

The Beatles

Il signor X –volente o nolente, il protagonista di queste bizzarre storie di traiettorie intersecate- è un uomo particolarmente schivo e riservato; egli recalcitra che ve lo presenti. Certo, ciò non agevolerà lo svolgimento dei fatti, ma li renderà più interessanti –tanto i guai saranno esclusivamente suoi.- Suvvia, signor X: tocca a lei.
Egli è -per intenderci subito- di quelle persone che, scorgendo da lontano una vecchia conoscenza di gioventù, non incontrata più per molti anni, che si avvicina pericolosamente, cominciano a provare non so che impaccio, indecisi se indirizzarle un bel ''ciao, come va?'' –e poi? il vuoto!- o non piuttosto un frettoloso ''buongiorno'' tirando dritto.
Egli appartiene a quella categoria di persone che, ferite da una battuta pungente, tuttavia tacciono, lanciando al massimo un'occhiata fra il perplesso ed il seccato allo scortese interlocutore. Il signor X è il tipo di persona che, trovandosi a viaggiare in treno, controlla e controlla una dozzina di volte se il biglietto è riposto nel portafoglio: eppure, alla vista del controllore che avanza ineluttabile dall'estremità del vagone sussulta al pensiero: - E se ora non trovo il biglietto?-.
Per il signor X costituisce quasi un dramma trovarsi recluso qualche minuto in ascensore con sconosciuti; per la verità, anche con vicini di casa. In queste occasioni il silenzio gli grava addosso come un macigno; articolare qualche parola, oh santo cielo!, diventa balbuziente; piuttosto, trattiene il respiro per non attirare l'attenzione su di sé, si sforza di rincatucciarsi nell’angolo più riposto del vano ascensore. Ed è per questo che, non abbastanza atletico per salire cinque piani di scale, né intenzionato a frequentare palestre, perlomeno li scende, i cinque piani, per sfuggire l'imbarazzante –penosa!- situazione. Anzi, li scendeva. Infatti per risolvere il problema alla radice si è trasferito in un appartamento a pianterreno: che sollievo, niente più ascensore!
Il suo motto è: evitare l'evitabile. Già, vi chiederete voi, e con l'ineluttabile come si fa?
Chiedere indicazioni per trovare una via? Superfluo. Basta girare un po', spesso in tondo, a partire da un ben preciso
punto di riferimento, per giungere alfine alla meta agognata. E se poi questa è proprio malvagiamente annidata in un caotico intreccio di strade, perché non accettare l’avversità da buon filosofo, rinunciare, consultare meglio il Tutto Città e ritentare in seguito? Ritenta, sarai più fortunato. Quando poi si scomoda il fato in persona per disporre lacci e trappole insidiose, beh, allora è vana qualsiasi precauzione: bisogna arrendersi. Le persone come il signor X se - per ipotesi- inciampano e cadono per la strada, non potendo contare sulla collaborazione di un'apposita voragine in cui sprofondare per sottrarsi alle occhiate della gente, balzano su in fretta in fretta, senza nemmeno rassettarsi i pantaloni e constatare i danni, e via di corsa. Insomma: avete capito che tipo sia. Anzi, è proprio per trattare con almeno un po’ di discrezione una così radicata timidezza che seguiterò ad omettere i suoi requisiti anagrafici. Permettetemi di aggiungere, al breve ritratto che ne ho tracciato, che egli è animato da profondo rispetto ed amore per ogni creatura vivente; la sua sensibilità alla sacralità della vita in ogni sua forma e manifestazione, è però un tesoro che egli spesso racchiude ermeticamente in sé, chiocciola che si rannicchia nel suo guscio. Ma attento, eroe della nostra storia: il seme non può germinare, se nemmeno viene gettato.


CAPITOLO 2. MARZIANI

[.........]
Improbabile: in fondo chi si mette a raccattare roba trovata per terra? Sì, il dolce era perduto se gli era caduto sull’autobus; intanto, non ne ricordava il numero di matricola, inoltre andare al capolinea prima e poi eventualmente alla rimessa, era davvero troppo! Se invece il sacchetto era caduto sul marciapiede…perché non trovarlo? Magari un po’ ammaccato, ma in fondo una torta un po’ spiaccicata mica cambia sapore…tanto ci pensa poi lo stomaco a spantegarla! Già, già: purché però il sacchetto non fosse rotolato in strada: con uno “splash” sotto qualche macchina, allora, forse, il grado di alterazione sarebbe stato davvero eccessivo. Comunque, stanco ma speranzoso, il signor X fece a ritroso la strada già percorsa. Era una bella serata tiepida, per fortuna, e il personaggio della nostra storia approfittò del passeggio per rilassarsi dalla pesante giornata di ufficio. I lampioni accesi rabbrividivano nelle esili vesti di luce giallastra. I rari passanti si stupivano ad ascoltare il silenzio dell’aria: niente vento, quella sera, il cielo sembrava non aver nulla da dire; la mezzaluna troneggiava ostinata in mezzo al cielo. C’era un pigro passaggio di numeri del lotto sbuffanti, alla fermata dell’autobus, tra lo sferragliare delle linee di bus ; da lì si snodavano tragitti di mastodonti gialli, sbuffanti, le giunture scricchiolanti che anelavano all’autorimessa. Non è male girare per la città in bus, la sera ; si sale su uno che ispira, a caso, magari per simpatia con il numero della linea : ecco, il 13, per esempio, un numero che promette bene, un giro fortunato, qualche incontro interessante.... spiare in qualcuno di questi palazzoni imponenti, che fagocitano la gente negli uffici, di giorno; a guardarli a quell’ora pare che impiegati e funzionari debbano essere spariti nelle viscere di quei colossi edilizi per non uscirne più, come da remote e crudeli segrete…. Mentre il signor X si distraeva in queste riflessioni, ecco che vede il sacchetto con la scritta “Da Armando”, il pacchetto incartato ed infiocchettato che sporge… Che bello! Il signor X si stropiccia tutto contento le mani per il fortunato ritrovamento, poi si china per raccogliere la sporta, ma più veloce di lui un individuo alto, vestito di scuro e con gli occhiali neri, sbuca dai vicini portici e gliela ghermisce di sotto il naso. Il nostro eroe è spiazzato, sta per gridare aiuto, ma la voce è soffocata dalle lacrime per tanti contrattempi che lo perseguitano…Nonostante tutto, fa per chiamare aiuto, quando la voce gli si intoppa in gola. Sorge in quei pressi uno dei vanti edilizi del centro città, il cosiddetto “palazzo a specchi”, perché realizzato con superfici appunto riflettenti. Non di rado il signor X aveva provato la sgradevole sensazione di essere osservato da un se stesso di un’altra dimensione, passando di lì. Ebbene, l’uomo che fugge davanti al prodigio architettonico non si rispecchia nelle sue pareti! Il sacchetto, la torta per l’Evelina sì, si allontana drammaticamente nel riflesso, come volasse via; all’attonito signor X pare che il pacchetto lanci un muto appello di aiuto al suo legittimo proprietario…. Poi la figura scompare dietro la svolta di un palazzo.

[......]


CAPITOLO 3. CONVOLVOLI AZZURRI

E la luna continuava vistosamente a ingrassare: bisogna riconoscere che il signor X ce la stava mettendo proprio tutta. Con un pastello giallo di Lillo vibrava sul satellite sciabolate color paglia -aveva iniziato con esitanti pennellate di colore, con il terrore di sbavare, ma si rese presto conto che, a quel ritmo, non avrebbe concluso nemmeno alla fine del mondo!-; è che, a furia di assestare strisciate di colore, stava sforando lungo il contorno, scuro ma visibile, della Luna e cominciavano a spuntarle sul bordo come tozzi raggi, (che la rendevano come) una goffa imitazione del Sole. -Roba da matti! Perfino i bambini con i libretti di disegni da colorare fanno meglio. E che vorrebbe essere questa, una ridicola miniatura del Sole?- brontolò imperioso il vigile, mentre il signor X cercava affannosamente di rimediare agli sfregacci di colore, ingrandendo così il cerchio lunare - Niente, niente...una piccola sbavatura...sa, può capitare...i pastelli di cera sono scivolosi... un attimo solo e aggiusto tutto...- e giù altre strisce di colore storte e, per riempire i vuoti, ancora ad espandersi sul perimetro del satellite impassibile. E' doveroso spezzare però una lancia a favore del nostro eroe: non è oggettivamente facile ritoccare un affresco, e per di più lunare, stando in precario equilibrio e, per di più, senza redini a cavalcioni di un mortaretto gigante. -Ma che fa!- strillò nuovamente il vigile, gesticolando spazientito e minacciando l'intraprendente navigator con la paletta per regolare il traffico -in realtà, nonostante la sua altezzosa ostentazione di autorità, le varie comete che sfrecciavano a destra e manca in sfavillante disordine non parevano poi obbedire granché ai suoi segnali!-, mentre la piattaforma spartitraffico lo trascinava nella sua gravitazione, satellite del satellite. E così, dopo ogni giro intorno alla Luna, transitava vicino al signor X che, quanto a lui, era ben ancorato all'orlo di Luna che stava ritoccando. -Guardi che pasticcio!- Il signor X cercava di nascondere dietro di sé la dentellatura lunare che gli era scappata dal pastello. -Nemmeno il colore ha azzeccato! Che sarebbe quel giallo limone? Giallino pallido argenteo ci voleva, imbrattatele!- e via gesticolando e roteando dietro la faccia scura della Luna. Il signor X pensava con angoscia alle conseguenze del suo gesto: e se il nuovo diametro della Luna ne avesse alterato l'equilibrio gravitazionale rispetto alla Terra? Già il casco bianco del vigile emergeva dall'altro capo del satellite, brandendo sempre più minaccioso...un mattarello?!- -La finisca! E ci scommetto che non ha neppure la patente!- e il nostro, già temendo l’esito del proprio rovistare nervosamente nei recessi delle tasche: -Ma sì...si figuri se volo senza patente...non mi sarei mai azzardato...- mentre il vigile scrutava con occhio critico il documento che il signor X finalmente gli tendeva. -Non ci siamo.- -Come, non ci siamo?...L'ho rinnovata da poco...- si preoccupò il signor X. -Non ci siamo: non ha il bollo per viaggiare su razzi di questa cilindrata.- -Mi scusi...in fondo non è la prima volta/ci sono precedenti... il barone di M?nchhausen...mica si è preso la multa.- -Quello filava troppo sulla palla da cannone. La multa gliel'abbiamo fatta pervenire per posta al castello.- - Ma nel romanzo... mi scusi, però...non risulta...non si dice proprio...- -Che vuole, le poste dell'epoca..- un vago cenno della mano - e poi c'era la guerra che bloccava i corrieri. Ora lei - lo squadrò sospettoso - mi favorisca le sue generalità.- Il signor X, tutto in subbuglio, frugava nelle tasche desolatissime - Io.. non capisco..- Il vigile ghignava sornione, con espressione ironica di pronostico puntualmente verificatosi: che poteva aspettarsi da quel tipo a cavallo di un fuoco d'artificio inesploso! Ma il signor X non se ne accorse: la sua attenzione era stata calamitata da alcuni minuscoli asteroidi piatti, anch'essi gravitanti intorno alla Luna. -I miei documenti!- e si protendeva dalla sua cavalcatura in una nuvolaglia di manate, per beccarli. -Accidenti!- e quelli già si allontanavano nella loro impeccabile orbita celeste. Disperato, il nostro astronauta si agitò sul suo razzo, si sporse...e cadde giù, un ruzzolone a precipizio nel vuoto inesauribile dello spazio, senza speranze di appiglio...

Atterrò sul pavimento. Un volo di ben mezzo metro dal letto. Ma che capocciata! Stava eseguendo un doloroso autocheck-up al suo corpo contuso, quando udì provenire da fuori rumori sospetti.
[......]



CAPITOLO 4. PULIZIE NATALIZIE

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Si accorse solo dopo parecchi minuti che un uomo lo seguiva passo passo: ne sentiva quasi il fiato sul collo. Spiando con la coda dell’occhio, niente; accennò a voltarsi, ma l’abete si girava anche lui e i folti rami gli impedivano la visuale. Allora il signor X ebbe l’idea di fermarsi, deporre l’albero –il che era salutare anche per le sue braccia indolenzite- e, come se niente fosse, fare l’indifferente, guardarsi intorno fischiettando, incrociando le braccia che scolavano come due grondaie, in modo che il losco individuo passasse oltre. Macché: il losco individuo si fermò anche lui, e cominciò a passeggiare intorno al signor X, descrivendo cerchi sempre più stretti e sbattendo sulla mano sinistra biancoguantata il guanto sfilato dalla destra. Il signor X, così accerchiato, non poté fare a meno di notare che si trattava di un vigile urbano. – Che sta facendo, lei?- - Lo vede,- rispose intimidito il nostro eroe – porto un abete.- - Per l’appunto-. il vigile appariva soddisfatto di aver estorto una così facile confessione –Per l’appunto: dove lo ha preso?- e seguitava a picchiettare il guanto sfilato su quello calzato. – Vicino ai bidoni dell’immondizia, lassù in piazza…- - Così, tutto addobbato a festa?- lo guardò con l’occhio penetrante di chi sta svolgendo un’indagine. –Beh, si vede che il proprietario non aveva tempo per riporre i festoni..- -Aaah, qui la volevo! Il proprietario…o è più probabile …il ladro?- e si avvicinò ancora, squadrandolo severamente. –Si vergogni! Rubare un albero di Natale! Chi ha detto che a Natale siamo tutti più buoni? Certi malandrini non conoscono tregue nemmeno per le più sacre feste comandate…- e il tutore dell’ordine proseguì con la sua filippica mentre il signor X assumeva il consueto colorito paonazzo, ma, una volta tanto, più per lo sconcerto che per vergogna; cercò anche di interrompere la fluviale enumerazione di articoli e commi di legge infranti –Ma scusi, le pare che trasporterei un oggetto rubato così, a mano? Almeno me lo sarei caricato in auto.- Il vigile si fermò un attimo a pensare, poi scosse la testa con un sorriso di trionfo: -Eh no, caro signore! Chi mi dice che lei l’albero non l’abbia appena involato e si stia dirigendo al parcheggio della macchina?- Al signor X si prospettò la visione di uno scippatore che ghermisca rapido una borsetta ad una vecchina e poi si avvii passeggiando a recuperare il motorino. Scacciò l’immagine e preferì appellarsi ad una giustificazione meno sardonica:- Ma per piacere… la prego… mi guardi…sono zuppo! E’ mezz’ora che cammino sotto la pioggia. Non mi pare… insomma, non sarei stato troppo scaltro…un parcheggio così lontano….- Il vigile sembrò seriamente toccato dall'obiezione. Si grattò il capo –o, meglio, il casco della divisa- poi esordì in un –E’ un gran dritto, lei! L’ha fatto per non destare sospetti: un alibi perfetto.- Alibi! Che sia un pazzo fuggito dal manicomio che ha aggredito e spogliato un vigile?, pensò il nostro eroe.
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CAPITOLO 5. POLLICE VERDE

Il signor X se ne tornava a casa stanco della lunga giornata lavorativa e del consueto pigiamento a fisarmonica sui bus. Se non se ne è fatta l’esperienza diretta, è impossibile concepire quanto il corpo umano sia in grado di comprimersi e raccogliersi negli interstizi tra passeggero e passeggero, borsette, zaini e valigette, sgusciando opportunamente tra i tralicci di sostegno sull’autobus, per poi riespandersi al suo volume naturale e riprendere l’attività polmonare riprendendosi dall’apnea, quando la folla erompe dal bus. Da manuale la suddetta posizione a fisarmonica quando ci si apre e chiude in perfetto sincronismo con il meccanismo della porta, nel cui soffietto ci si è coraggiosamente incastrati per salire a tutti i costi sul mezzo. Finalmente si scende, non necessariamente alla fermata desiderata; l’impeto della fiumana di ressa stipata nel bus è talvolta travolgente motivo per anticipare di cinque o sei fermate la discesa. Ma, in fondo, è salutare farsi qualche km a piedi, sgranchirsi gambe e braccia e controllare che il proprio essere –dalla vitale e faticosa assuefazione alla nostra alienante società, al più materiale portafoglio nella tasca dei pantaloni- sia rimasto tutto dentro il sobrio abito impiegatizio e che qualche brandello non sia rimasto intrappolato irrecuperabilmente nelle anguste vicissitudini del trasporto pubblico.


[.........]


Qualche giorno dopo il signor X era distrattamente appollaiato tra le transenne del solito bus, quando un vociare concitato –e la brusca inchiodata dell’autista- lo richiamarono alla realtà. Allungò il collo contuso verso il finestrino: il traffico era completamente fermo a causa di un individuo...in costume adamitico! Nel senso più completo del termine: era infatti totalmente nudo, eccezion fatta per due foglie di fico, una davanti e una dietro certe membra estremamente private... in realtà, forse perché lontano, il signor X aveva l’impressione che le braccia dell’individuo terminassero proprio nelle due ampie -e provvidenziali- foglie: le mani non si scorgevano. E guardandolo con più attenzione... gli sembrava di riconoscerlo... ma certo, era l’uomo delle rose! Ora il mistero si infittiva: il genio fertilissimo del mirabolante scienziato aveva forse brevettato anche delle vesti ecologiche autodegradabili, bisognose, per la verità, di qualche lieve ritocco, effettivamente di non secondaria rilevanza, prima dell’immissione sul mercato?

Già molte donne strillavano –Aaaah! Un maniaco!-, alcuni giovanotti lo motteggiavano –Ehi, Adamo, mostraci Eva!!!- ridendo sguaiatamente, mentre l’uomo, completamente circondato, si affannava a trovare una via di fuga. E la trovò: all’improvviso si udì un rombo che sembrava provenire dal centro della terra –Ahhh, il terremoto!!!- erano mille urla terrorizzate, e –Levati! Lasciami passare!- parole che si travalicavano, come le persone si accalcavano, spingevano, sgomitavano per trovare uno scampo solitario dallo sfacelo minacciato dal terribile barcollio della crosta terrestre. Il tutto tra un frastuono assordante di clacson che chiedevano disperatamente di sgomberare la strada: quanta nobiltà nella fretta degli automobilisti a liberare la strada per non intralciare la fuga popolare!, mentre l’asfalto si apriva in una voragine da cui crebbe, a vista d’occhio, una sequoia monumentale. Nella confusione generale, l’uomo si dileguò. Il signor X, avvistosi prima di tutti di ciò che stava realmente succedendo, non perse tempo -o meglio, non voleva perderlo-: sentendosi lo Sean Connery della situazione, si slanciò d’impeto contro il finestrone del bus per infrangerlo: ne fu rimbalzato indietro con una probabile contusione alla spalla destra. Dolorante, scese dal bus deserto, riuscì a fendere la folla impazzita. E il suo uomo? Dove poteva essersi involato? Alcuni fichi spiaccicati a terra attirarono la sua attenzione: le tracce del fuggitivo?

Sì, eccolo là, barcollare in quel carrugio tutto gomiti e strettoie, contro cui cozzava con i rami, che gli crescevano con incredibile velocità sulla testa, carichi di fichi! Il signor X era ansimante per la corsa, ma sicuro di raggiungerlo: deviazioni laterali non ce n’erano... Sul buon esito dell’inseguimento cadeva tuttavia un’ombra fosca: il nostro protagonista non aveva, nonché un cestino, nemmeno una sporta di plastica in cui serbare i fichi di cui era golosissimo! –ciò, beninteso, se il bizzarro personaggio fosse stato consenziente a prestarsi alla raccolta dei frutti-. E di getto da un lampione si lanciarono i pampini della vite che si era inerpicata sul palo e, con grazia e rapidità, attorcigliarono il signor X al palo stesso, affondandolo nel giro di pochi secondi in una cascata di foglie, tralci e, dopo un po’, anche prosperi grappoli d’uva, di cui uno si adagiò mollemente sulla sua testa. Il signor X si sentiva risucchiato in un ''Bacco'' del Caravaggio, senz’altro il più stupito e sconfortato che il pittore potesse mai aver dipinto. Un vecchietto con il naso rubizzo e una pipa ricurva che mandava sbuffi al cielo, gli strizzò l’occhio:- Bacco, Tabacco e Venere, ragazzo mio. Se per caso tu avessi sottomano una bella figliola, saremmo a posto!-, mentre un’orda di ragazzini gli vorticava attorno, come un prigioniero al palo della tortura, emettendo il richiamo dei Sioux: il signor X protestava, totalmente inascoltato nel frenetico urlo di guerra dei ''Sioux''; del resto, perché lui si era ''graffite'' sul volto le strisce dei guerrieri Apache?


L’enigma si ingarbugliava: era alle prese con una specie di incredibile Hulk che, nei momenti più impensati, sbocciava in protuberanze vegetali –ipotesi che poteva essere suffragata dal colore verde che esplodeva da lui durante fughe e metamorfosi-? O era un angosciato risultato degli esperimenti di biogenetica che tanto facevano già discutere?

L’unica cosa sicura era che la sequoia gigante era stata dichiarata ''monumento nazionale arboreo, nonché simbolo della città'' in una pubblica cerimonia alla quale avevano partecipato pressoché tutti i cittadini esultanti. Esultanti finché non si accorsero delle fatali ripercussioni dell’evento sulla viabilità; era una sola voce polemica: -Da anni la politica comunale di gestione delle strade non crea che intasamenti kilometrici!-

[.......]


Allora lo scandalo scoppiò da lì a poco, saturò giornali e telegiornali di aspre polemiche e feroci battibecchi; la popolazione poté godere di un fulgido esempio di civiltà e sereno dibattito per la soluzione dei problemi - tipico della specie umana e della sottospecie politica in particolare- negli insulti che si lanciavano sindaco, assessori, consiglieri ed alti funzionari di opposte fazioni e mansioni, opportunamente ed ulteriormente aizzati dalla malizia dei giornalisti. Era successo che la zona prevista dal progetto comunale per il passaggio del nuovo tronco autostradale era stata invece destinata dai pianificatori regionali ad oasi naturalistica. L’escamotage del Comune –ovvero l’impasse dei pianificatori- stava nel fatto che le pratiche burocratiche per la tutela della zona, tempestive ed efficienti come sempre, erano state iniziate sette anni prima e non ancora concluse. Così si scatenò un putiferio tra ''la cecità ostinata nel difendere poco più di un filo d’erba contro le necessità dei pubblici servizi per i cittadini'' e ''la sperequazione edilizia il cui fine, non lo strumento, era come sempre la devastazione di aree naturali da preservare perché la popolazione, non i tangentisti, potessero trarne vantaggio''. Quando nella zuffa si buttarono anche WWF e varie associazioni ambientalistiche, fu il marasma più completo.

Non si risparmiarono cartucce da ambo i fronti: gli uni rinfacciavano le strutture della Regione di aver approvato il progetto, per ostacolarlo poi a lavori iniziati; gli altri ribattevano che forse l’Urbanistica poteva anche aver espresso parere favorevole, ma il settore Parchi e Foreste non era stato minimamente consultato. I primi piangevano sulla triste sorte dei derelitti abitanti dei paesini -sporadici, per la verità- dell’entroterra, i cui abitanti ''erano tagliati fuori dal consorzio civile come dei novelli Robinson'', forse dimenticando che collegamenti stradali già esistevano, anche se non così diretti come l’autostrada. Gli altri additavano alla cittadinanza ''il crimine che si voleva perpetrare alle sue spalle, distruggendo il patrimonio floro-faunistico unico che costituiva la divenenda oasi''. Per quanto il signor X parteggiasse per questi ultimi, non poteva sinceramente avallarne la posizione senza qualche riserva: i boschi dietro casa sua erano normali castagneti, in cui aveva scorto felci e funghi, mai le orchidee selvatiche che ''conferivano il carattere di unicità biotopica all’oasi''; al massimo di sfuggita, la coda di uno scoiattolo o una volpe, mai il rarissimo esemplare di gatto selvatico dal manto panterato che chiamavano in causa gli ambientalisti. Ed invece, durante un sopralluogo congiunto, fu avvistato effettivamente un agile felino della giusta taglia –quella di un normale gatto- con il manto pezzato nero e grigio, che sfrecciava tra gli alberi. Per gli ambientalisti fu un solo balzo al cuore: all’inseguimento! Non fu cosa facile: certi tratti di sottobosco ostacolavano il passaggio, cespi di rovi strappavano inclementi a brani gli abiti degli inseguitori, ci fu chi si storse una caviglia e chi addirittura si ruppe una gamba. Alla fine il gatto fu raggiunto, mentre sgusciava in un giardino e sgattaiolava tra le gambe di una vecchietta, entrandole in casa –Filiberto, ma dove ti eri cacciato? Ero tanto in pena- sospirò la vecchia signora, mentre uno dei più sfegatati ambientalisti, dinanzi all’ingratitudine sfacciata del gatto, cambiava bandiera e fazione.

La rampa rimaneva lì. Un’impennata verso il cielo...e basta, il lavoro era fermo da mesi. Negli interstizi dei primi travoni montati, avevano trovato asilo coppie di rondini, che sfrecciavano allegramente sullo sfondo dell’azzurro del cielo e, la sera tenebrosi uccelletti notturni si scoprirono ben presto essere piccoli pipistrelli che dormivano appollaiati a testa in giù sotto l’impalcato –come facessero a non rilassare mai le zampe rattrappite e cascare giù durante il sonno, il signor X non riusciva a capirlo. Lo tormentava una vaga ansia che potessero precipitare pesantemente addormentati e non si svegliassero in tempo per tirare la cloche; le sue lacune zoologiche gli costarono qualche ispezione notturna –ma non ditelo alla signora X, per carità! Chissà che filippica!- armato di torcia. Ma quando scorgeva le rare lucciole mandare i loro messaggi di luce dalla rampa, non poteva fare a meno di immaginare qualche anima che si era spinta fin là per ascendere più facilmente al cielo e che porgeva il suo saluto alla terra.

[.....]

Un pioppeto. O meglio, quel che ne rimaneva dopo una potatura spinta un po’ all’eccesso, ovvero alla base dell’albero. Era per le vicine cartiere. Per i libri che il signor X non poteva fare a meno di leggere. E stava diventando una specie di incubo, una maledizione, da quando Arci gli aveva gettato in faccia la sua verità. Succedeva che, aperto il libro, immediatamente sentiva il secco, disperato schianto al suolo dell’albero, mentre cercava vanamente di afferrarsi alle piante vicine con i rami fronzuti, che abbracciavano solo l’aria. Sfogliava il volume e vedeva una collezione di foglie fruscianti, nei segni serpeggianti sulle pagine la vita segreta di milioni di piccoli esseri schiantati con l’albero.

[.....]


Era ormai autunno. Ma quest’anno sarebbe stato un autunno giocondo e liet





Opera n°739 di Spazioautori


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